Archivio per Un tempo era tutta campagna

Il mio benzinaio è differente

Ci conosciamo da anni, almeno venti. E’ un rapporto continuativo, seppur con incontri di brevissima durata: è il mio benzinaio. All’inizio aveva un suo esercizio, poi chiuso (non ho la minima idea del perché). E’ passato, come dipendente, in un altro grosso punto vendita. Da lì in quest’ultimo, da circa due anni, dove mi approvvigiono con costanza da quasi un anno, da quando hanno aperto anche alla vendita di gas. Ha sostituito il precedente poiché, pur essendo della stessa compagnia e con gli stessi prezzi, è gestito dalla più noiosa e lamentosa famiglia di benzinai che abbia mai incontrato.
L’attuale è sempre stato sul mio percorso per andare a lavorare, nei diversi esercizi che ha passato, tutto qua. Di lui so pochissimo: è sposato, abita nei dintorni e ha una convenzione con una ditta di noleggio. Ci salutiamo come fossimo vecchi amici ma nessuno dei due sa il nome dell’altro, per dire. Ci si prende in giro, senza mai esagerare, con naturalezza. Anzi, ieri ha esagerato. Stavo lavando (con i gettoni omaggio ad ogni tot euro di prodotti) la macchina della consorte, si avvicina e mi fa: “Finalmente ti vedo lavorare, per una volta”. Sorrido. Iniziamo a parlare dei sue due colleghi, molto più giovani di noi (dovremmo essere quasi coetanei) e di come uno dei due non sembri un fulmine di guerra: un bestione di vent’anni, più di un metro e novanta e probabilmente più di un quintale. E’ un ragazzotto simpatico, normalmente sveglio, normalmente normale. Il benzinaio fa: “Lo vedi: si muove nel suo metro quadrato di competenza, niente di più. Per il resto devo correre io. Anzi: correre non è un aggettivo che gli stia bene”.
E’ troppo forte il mio benzinaio.

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La lampada

C’è chi, in una lampada, cerca stile, prestigio, design e chi, invece, cerca funzionalità, semplicità, economicità. Se guardate bene le immagini accanto forse potrete immaginare da che parte si sta, qua, delle due tendenze.
Il pargolo abbisognava di una lampada per l’angusta scrivania e occorreva fosse regolabile, alta, pratica. Dopo una strenua ricerca in un megastore di tutto-per-la-casa e il-fai-da-te, dal nome fortemente francese, ecco l’idea: facciamocela, ‘sta benedetta lampada.
Un tubo flessibile per gli impianti idraulici, un cavo, un interruttore, qualche accessorio giusto (un porta lampadine è praticamente indispensabile) ed il gioco è fatto:
- prezzo dei componenti: meno di 10 euro, comprese due bustine di sugru (vedi un paio di post più sotto)
- tempo di realizzazione (compresa la progettazione): meno di 30 minuti.
Soddisfazione personale: grande. Soddisfazione del resto della famiglia: buona.
Nota: il particolare a forma di anello, in sugru verde, nella parte alta, è puramente decorativo.

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Meno è meglio

E’ una mia impressione o si sente parecchio parlare di decrescita, in questi giorni? Qualcuno saprebbe consigliare un buon testo, al proposito?

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Cui prodest?

Certo che, dopo averlo annunciato per 6 mesi, alla fine il pessimismo, oltre alla recessione, nel 2012 è arrivato. Da 5 giorni (forse era così anche prima, però) tutti, ma proprio tutti quelli che ho incontrato hanno tirato fuori la questione “il 2012 sarà un anno durissimo” infarcendo la cosa con diversi cc di pessimismo, a seconda del gusto.
Così da 5 giorni mi chiedo: ma a chi giova l’onda di umor nero che è stata fatta nascere e montare? Perché c’è sempre qualcuno che ci guadagna, in ‘ste cose. Lo diceva anche il mio povero nonno. Solo che non ci arrivo.

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Questo bel giardino

Quando sei in bici e non sai se sia un molto rumore per nulla o in buona compagnia è meglio non rischiare, anche per evitare di farsi diversi chilometri con un fardello umido. Così, al termine di una salita conclusa in bellezza, mi fermo a bere un caffè. Nel bar la sorridente esercente, una corposa signora sovrappeso, tra i 40 e 50, del tutto ignara dei miracoli che può operare, nell’immagine complessiva di una donna, una corretta depilazione del sopra labbro superiore, mi serve una bevanda calda dal vago gusto di caffè e mi indica pacatamente la porta “in fondo a destra” come gabinetto. Davanti all’entrata spicca un cartello, un foglio 50×70 di un bel verdino tenue, con il seguente testo:
LASCIATE PULITO QUESTO BEL GIARDINO
??GRAZIE??

Uno si aspetterebbe, dietro quella porta, di trovare un bellissimo bagno, emanante le più gradevoli delle fragranze, specchiato in ogni dove. Invece. Invece un gesso, al terzo posto, nella mia personale classifica, tra i più brutti ed i più sporchi mai incontrati. Sarà per colpa dei troppi, inopportuni e fuorvianti punti di domanda.

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Preciso preciso

Ci pensi su da giorni, tagli un pezzo di frase, sistemi un verbo, ma non vien mai bene. Poi, di colpo, lo trovi scritto lì, preciso preciso a come lo volevi dire tu. E’ il bello della rete, non finirà mai di stupirmi:

La classe politica, in democrazia, è sempre rappresentativa del popolo che la esprime. I Berlusconi, i Di Pietro, i Borghezio –ma anche i Vendola o i Bersani– non c’è bisogno di andare a Roma per vederli. Ne conosci già a decine, li incontri nella vita di tutti i giorni: nelle aziende, nei sindacati, negli uffici, dappertutto. Qualche volta non hai nemmeno bisogno di incontrarli: li sei. E che siate proprio uguali soprattutto da una cosa si desume: per qualche ragione anche tu pensi di essere molto meglio di loro.

E’ di Livefast*, qui.

*A Riva del Garda, nella scorsa edizione della Blogfest, mi avevi detto, carlo Livefast, di aspettare là, davanti al bar, che andavi a cercare se trovavi Qualcosa del Genere e Zio Bonino, per presentarmeli. Ecco: volevo dirti (metti che passi di qua e leggi) caro Livefast, che dopo un’ora e mezza me ne sono andato, mi facevano male i polpacci a star là fermo in piedi, ad aspettare, e m’era venuta fame. Scusami. Comunque sei sempre molto acuto nelle tue analisi. Scusami ancora.

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Il tempo degli uscieri

Con Tangentopoli l’impressione fu della “rivincita” delle seconde linee, dei segretari e dei portaborse: spazzata via buona parte della classe dirigente che contava e sapeva fare, rimase loro in mano il potere. Fu così che tanti oscuri personaggini divennero, forse loro malgrado, personaggioni in quanto a posizione, restando sempre -ini in quanto ad abilità perché, nella gara di corsa, se azzoppi tutti i cavalli vince sì il mulo, ma sempre mulo rimane. Ora, a quasi vent’anni da quei giorni, pare tocchi la ribalta anche agli uscieri di quei segretari e portaborse e il paragone ippico proprio non mi viene. Vanno anche in TV, invece di aver la decenza di accontentarsi di poter mettere le manine e la boccuccia in una torta che prima vedevano solo passare, e là palesano quello che hanno di enorme: la pochezza.
Occorrerà aspettare altri vent’anni perché si inizi dal principio il giro?

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La ciclabile del Sile

Agosto, tempo di gite, si diceva.
Inizia a prender corpo una tradizione: la gita fuori porta con Gion Din (vedi il precedente). Quest’anno s’è scelto Treviso e il Sile. Eccovi la fredda cronaca.

Il Girasile
Partimmo, Gion Din e io, e facemmo tutta una tirata da Castegnero a Treviso, a Porte Grandi e ritorno.
E’ sempre Gion Din che ha ‘ste idee: facciamola strana, ecologica e ecologista. Così si parte, alle 07.00 del mattino (che neanche per andare a lavorare…), si va a Vicenza (ovviamente in bici) e si piglia il treno per Treviso, con bici al seguito (questa è la parte ecologica). Va detto che il Minuetto è proprio un bel treno, portare le bici costa pochissimo (3,50 euro per 24 ore), c’è pochissima gente. Qui la prima chicca della giornata: incontriamo il Fabbricatore di Storie*.
Un’ora e venti e si arriva a Treviso, cittadina vezzosissima. Gion Din aveva già percorso parte del giro e si ricorda bene come muoversi per la città e imboccare i primi tratti di ciclabile (una delle tanti doti del Din, quella dell’orientarsi con facilità). Ci si inoltra per stradine che corrono lungo le rive del Sile ed è subito ciclabile. Usciamo verso Casier, in giro c’è tanta voglia di controcolazione. Ci fermiamo in questo bel bar, vicino ad un laghetto di pesca sportiva (passerei la mia vita a guardare la gente che pesca, è più forte di me)? No, Gion vuole continuare ma piscia fuori dal vasetto (prima ed unica volta nella giornata): andiamo in quel locale là in fondo! Non c’è nessun locale, là in fondo, solo un boschetto e strada bianca. Gion diventa il lupo e mi vuole suo Cappuccetto Rosso: ci addentriamo sempre più nel bosco, a tratti la pista è terra battuta, non se ne vede la fine. Dopo un lungo tratto finalmente si intravvedono segni di vita e civiltà: alcune gru , dei camion e dei cantieri: siamo ad un bivio, caro il mio lupo. Via dei tappi, c’eravamo anche prima, rimembro a Gion. Mi guarda vitreo. Ci sorpassano due cariatidi, ci mettiamo a ruota, esprimiamo – contriti – il nostro sconforto nell’aver smarrito la via e loro si sbracciano e dilungano nel mapparci, metro per metro, la zona. Nel frattempo ritorniamo davanti al bel bar col laghetto, cazzo. Ehi, Gion, abbiamo girato in tondo, si direbbe…
- Ci fermiamo Gion?
- No, qui vicino, mi ricordo, c’è un bar più bello, con un attracco, un orologio ad acqua, una bella piazza, un…
- Ok Gion, ricevuto.
Finalmente i due matusa ci portano al luogo delle meraviglie e si fa la controcolazione. Gion ha chiaro il percorso e, a parte un’altra solo volta che siam costretti e chiedere a due idraulici all’opera, arriveremo sino alla fine senza più problemi di rotta.
Proseguiamo su ombreggiate stradine col Sile ora di qua, ora di là (avete presente i ponti?). Verso le 12 siamo a Quarto d’Altino e sfoderiamo un copione già rodato: io faccio il palo e sorveglio le bici, Gion entra nel negozio, sfodera il portafogli e compra il pranzo, poi via come frecce a trovare un buon posto. Un’altra mezz’oretta e siamo a Porte Grandi, ad un tiro di schioppo dalla Laguna. Ci fermiamo nei pressi di un deposito di barche, incontriamo altri due personaggi per le nostre storielle**: un ragazzotto tedesco sui 25 e un maturo tedesco sui 50, con un bella polo rosa, che ci dice qualcosa circa la possibilità di aprirgli un ponte mobile per uscire col suo motoscafo (fa il segno della chiave con la mano): ti sembra che abbiamo fa faccia da custodi, mister? Senza batter ciglio giriamo la bici e ci prepariamo il rancio all’ombra di un salice, lungo la via. Dopo la gustosa pausa Gion vuole vedere il mare: siamo arrivati fino a qua, vuoi che ce lo perdiamo? Attacchiamo il navigatore e Google Maps ci dice che siamo 5 minuti dalla Laguna. Si va, foto di rito e poi, con la giusta tranquillità, si torna indietro.
Bella gita, giornata ottima, percorso assolutamente pianeggiante.
Fauna osservata: anatre selvatiche e gabbiani. Gion sa come si dice gabbiano in tutte le maggiori lingue del mondo, compreso il ciosoto.
I dati:
Tempo di percorrenza (leggasi “pedalato per”): ore 6 e 14 minuti.
Media 17,2 km/h.
Percorsi: km 107,600
Spesa totale (treno, pranzo, bar): circa 18 euro
Va detto, per essere del tutto precisi, che lo scrivente s’è presentato, come il solito, con la mountain bike e Gion con la sua gran turismo: chi sa, capisce.

A seguito il tracciato, del solo ritorno fino a Treviso, grazie al prezioso servizio offerto da Runkeeper in accoppiata con l’HTC Desire.

*Il personaggio, bizzarro assai, sarà il protagonista di un prossimo post. Spero.
**I personaggi che incontriamo diventano parte della nostra giornata, dato che di dilettiamo ad inventarci storie sulle loro vite, tirandoli in ballo ogni tanto nel corso della gita.

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La Strada degli Eroi

Agosto, tempo di gite.
Finite le ferie al mare, restando ancora qualche giorno de-lavorativo si prende la bici e si va.
Quest’anno una cima storica: il Pasubio, nello specifico percorsa la “Strada degli Eroi”, da Pian delle Fugazze a Rifugio Papa. Facile da percorrere (non ci sono deviazioni), facile da descrivere: 10 chilometri (dieci) di salita per fare circa 760 e rotti metri di dislivello (se avete pratica con Pitagora potete farvi lo schemino). Dura, soprattutto tra il quinto ed il settimo chilometro, tutta bianca, con alcuni tratti un filino sballonzollanti.
Giornata serena fino quasi all’arrivo, trovato solo due persone in salita, una dozzina (3 altri in bici) al rifugio, una decina in discesa.
Fa una certa impressione entrare il bici in una nuvola.
I freddi dati:
Tempo: 2 ore e 38 minuti (due ore giuste per salire, 38 per scendere, pianino e rispettando i pedoni).
Percorso: 20 km e 750 metri.
Caffè a Rifugio Papa: 1 euro
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Gli arrabbiati

Facendo una piccola violenza all’indole stilita è da un paio d’anni che cerco di frequentare con una certa assiduità “gruppi regolari ed organizzati con un fine preciso” (leggi “società sportive”). Trattandosi di un bacino circoscritto ed abbastanza omogeneo (almeno in quanto ad età, tra i 35 ed 55) non può certo essere considerato un campione, però è un bell’osservatorio. Tra i tanti tipi quella che ho visto più frequente è indubbiamente quello degli arrabbiati. C’è sempre un motivo per trovare qualcosa da ridire: gli arbitri, gli allenatori, gli atleti, il pubblico, gli avversari, i genitori, il traffico fino alla palestra/campo da calcio… All’interno di ogni singolo motivo sono innumerevoli le varianti accidentali, ad esempio (uno solo che doppo rompe i coglioni) per gli abirtri: è/non è doppia, è fuori/dentro, è/non è fuorigioco, è/non è invasione, vuol essere troppo protagonista/non ha polso… Si passano i pochi minuti del gioco a sentire il rumore di sottofondo dei mugugni, i minuti del dopo partita all’approfondimento dei mugugni, se si sbagliano le scelte del viaggio anche il tragitto di ritorno.
A me sfibrano gli arrabbiati, soprattutto nella variente “lamentoni”, così nelle partite di calcio mi metto in una angolo, studio i posti a sedere e mi metto dove c’è una buona visuale e non ci sono costoro a meno di 5 metri. A pallavolo faccio servizio per la squadra, così o sono sul seggiolone col fischietto o dietro un tavolo con carta e penna, dalla parte opposta del pubblico lamentante.
Mi sono convinto che questi qua che non gli va bene niente sono soprattutto tristi per la loro vita, scontenti di se stessi, infelici e così si sfogano. Un po’ mi fanno anche pena, un po’ mi fanno girare i maroni.
Però forse sbaglio io.

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