E’ importate, qualche volta, portare a termine un impegno… Soprattutto se si è del tipo “mi impegno ma dopo mi stufo”. Così, nei giorni scorsi, via a fare il corso di arbitro di pallavolo (di società, non federale, però). Quattro lezioni teoriche, un esame sulle regole ed uno pratico in campo. Anche fare l’esame scritto sulle regole non è stato una passeggiata dato che l’ultimo impegno del genere risaliva ad una ventina di fa.
Per farla breve: stare in alto, sul seggiolone, non è per niente facile: c’è la tensione per seguire il gioco, per anticipare la palla e vedere dove cade, come cade, chi la tocca e come, dove mette i piedi e le mani, la rete, le linee, le asticelle, insomma un bel ambaradàn. Però che soddisfazione! Non tanto – anzi per niente – per il potere che l’arbitro ha ma per l’emozione che dà il sapersi regolatore del gioco, amministratore di 12 atlete in campo, più allenatori, atleti in panchia e seguiti vari. Fischiare e capire il senso degli atti è indubbiamente uno sforzo, una fatica, ampiamente ripagata (se ci si impegna tanto a far le cose per benino) dal tocco di saluto delle atlete e dalle strette di mano finali dei rispettivi responsabili.
Poi, per una volta, ho portato a casa il risultato: metto una bella crocetta su “impegno completato”. Son cose.