Centro di un ridente paesino del basso vicentino, ora di pranzo. Continua, dalle prime ore del mattino, il traffico pesante dei TIR che portano i materiali per la nascente autostrada, a 3 chilometri di distanza. E’ un passaggio quasi obbligato, questo qua, quasi.
I camionisti, si sa, son gente rude, che bada al sodo: essere e continuare ad essere i padroni delle strade. Figurati se si trovano di fronte uno scooter!
Il bestione esce da una laterale della via principale, ha evidentemente sbagliato strada. Esce e se ne frega di occupare, con un quarto del muso, la carreggiata opposta. Arrivo, tranquillo come sempre (max 40 km/h) perché ci sono, nell’ordine: due attraversamenti pedonali abbastanza vicini, l’uscita di tre esercizi commerciali ed un incrocio. Mi trovo davanti, improvvisamente, questo enorme cassone: inchiodo, i freni del mio scooterone sono buoni, la velocità è bassa. Il camionista, dal finestrino abbassato, fa “Vai piano, vai piano”. L’accento è marcatamente slavo, la fisionomia pure. Gli urlo: “… e che cazzo devo fare?”. Il guidatore mi guarda infuriato e mi sputa addosso. Con l’inerzia della partenza il getto cade alla fine del bauletto o alla sua estremità estrema (non penso sia determinante ai fini del racconto). Urlo un paio di improperi, vorrei girarmi e inseguirlo per spiegargli le mie ragioni (sino a dove, poi?) ma sopraggiunge un altro bestione con un altro dietro. Tiro dritto e vado a casa a preparar il pranzo.
Nessuno mi aveva mai sputato addosso prima e la situazione, nell’insieme, è stata enormemente sgradevole. Mi sono ripromesso, come contrappasso, di starmene zitto la prossima volta che sento commenti sgradevoli e generalizzazioni razziste sugli immigrati. Almeno per una volta.