Cosa ho imparato dalla caccia a Inbox

inbox

inboxCi son voluti 7 giorni per trovare un invito a Inbox. Sono stati 7 giorni di caccia nel web, che mi hanno insegnato alcune cosette, che butto qua. Sono partito convinto che sarebbe stato facile e veloce, sai “i social oggi”, ci sono tante opportunità, robe così. Invece no. Dopo un paio di giorni ho capito che sarebbe stato davvero duro e che, forse, poteva servire a capire un po’ meglio la parte della rete chiamata “social”.
I social, dici tu
Sono iscritto a twitter dal 2008, l’ho usato pochissimo, 54 tweet in 6 anni la dicono lunga (ce ne sarebbero altri 5-6 cancellati ma non cambia la sostanza): il fatto è che non mi aveva mai preso, così lontano dallo “spazio” del blog, così veloce… Con l’assidua frequentazione di quest’ultima settimana mi sono ricreduto e ne ho colto alcuni aspetti rilevanti: è un vantaggio l’essere così veloce (oggi soprattutto), ti porta nelle diverse vicende (dalle news alle curiosità ai contatti) con immediatezza, quasi senza filtro (anche se alcuni hanno delle robe contro lo spam nei messaggi diretti e ammennicoli similari), ti “costringe” alla sintesi. Ci sono logiche relative al “rilievo” di tweet e tweettatori che ancora mi sfuggono, in parte, ma è stato lo strumento che più mi ha dato chances di avere un invito (in un paio di casi sono arrivato tardi solo di un pochissimo) e che, alla fine della fiera, mi ha poi portato l’invito stesso. Anzi, due nel giro di poche ore e due offerte dirette. Forse perché la base degli attivi in inbox è ormai rilevante o, più probabilmente, per un fortunato caso di “rimbalzo” di alcuni tweet. Avendo attivato anche un secondo account, per non “ridicolizzare” troppo il principale (i tweet cancellati erano suppliche sparse in giro per avere un invito), ho forse raddoppiato le possibilità e anche qui ho capito delle cosette: avere una foto nel profilo aiuta (un profilo femminile credo avrebbe aiutato di più dato che la stragrande maggioranza dei questuanti inviti era di sesso maschile) e dare l’impressione di un account “vivo” pure (sono passato dai primi 2 giorni di quasi disinteresse nella versione “nuovo account spoglio” a follower e risposte negli ultimi 2 giorni con l’account arricchito di contenuti, in certo qual modo). Sì, certo, è acqua calda, ma ora mi par di saperlo meglio. Alla fine il primo invito è arrivato proprio dal secondo account, anche in virtù di una maggiore propensione alla richiesta in giro per il mondo.
E facebook com’è?
Ecco, il mondo fuori di qua, dici tu. Ho percorso anche la via di facebook, soprattutto rivolta all’oriente e all’estremo oriente (almeno dove l’inglese richiesto era piuttosto basilare, in italiano ho trovato poco poco), oltre a quella di twitter. Giganteschi ammassi di questuanti (alcuni post avevano oltre 150 commenti tutti del tipo “please invite me” con relativa mail), anche organizzati in gruppi, dove la volontà di condividere l’invito scemava nell’arco di qualche ora e i gestori, sconsolati, chiedevano disperatamente qualche atto di buon cuore, sommersi anche lì dal “please invite me”. Non mi ha entusiasmato per nulla facebook in questa caccia anche se, solo poche ore dopo il primo, da qui è arrivato un ulteriore invito, giunto in maniera del tutto fortuita (non posso svelare di più altrimenti mi “brucio” l’account che ho lì, che non rispecchia perfettamente l’intestatario, per così dire). Facebook mi è parso meno “utile” allo scopo in quanto troppo “largo” e lento e forse con meno interesse, nel complesso, per la questione “invito inbox” rispetto a quanto trovato in twitter (soprattutto in lingua inglese). I gruppi mi sono sembrati un buon strumento, nel caso specifico avrebbero richiesto una certa capacità di amministrare il flusso richieste-offerte, ma tant’è.
Alla fine della fiera?
E’ stato divertente. Bravi quelli di Google a creare tanto interesse per il loro prodotto, niente da dire. Credo, poi, che continuerò ad usare twitter (con l’account principale, ci vuole troppo lavoro e troppa testa per portarne avanti due), magari limando alcune cose che fanno un po’ troppo rumore di sottofondo. Ci sarebbe da fare un bel discorso sul retweettare compulsivo (mi pare se ne veda un po’, in giro) ma è faccenda troppo ampia. Anche il discorso “entra in inbox senza un invito con l’aiuto di un amico” è una vicenda un po’ paradossale sia per i più che ovvi problemi di sicurezza e privacy connessi, sia per tutto il discorso di come e quanto sono stati usati gli account farlocchi messi a disposizione per attivare i propri (con me non ha mai funzionato, alcuni dicono che è servito, non ho ben capito in quali casi) e le relativi implicazioni. Fatto sta che suddetto “trucco” è girato (e sta ancora girando) forsennatamente in twitter, arrivando sino ai big dell’informazione del settore e lascia piuttosto perplessi quanto sia stato rimbalzato senza se e senza ma.
Com’è inbox? Per ora mi pare un buon strumento ma è meglio leggere la recensione di uno bravo.

I want to belive

scie

scieLe scie chimiche sono gli UFO facili. Grazie ad un post comparso nella home di google+ (sarebbe saggio dare sempre un occhio alle impostazioni di un servizio, quando lo si attiva, o almeno darlo una volta ogni 6 mesi) mi son fatto un giretto tra i video di alcuni devoti del culto delle scie chimiche. Si può manipolare il contenuto di un video cercando di “forzare” l’interpretazione di alcuni tratti, però se lo fai in maniera troppo farlocca si coglie subito l’intento e ci fai una doppia brutta figura. Se poi però neghi anche l’evidenza, se tiri conclusioni tanto tanto tanto forzate, se vedi “aggressività” quando esasperi qualcuno e gli calpesti le palle be’, allora sei più di un fan, sei un vero cultista. Si vede che ci vuoi proprio credere a quella roba lì e te ne vuoi convincere. Sarebbe interessante incontrare qualche tipino del genere.

Poi mi son ricordato che uno lo conosco pure di persona. E mi son ricordato del suo ruolo all’interno dell’azienda per cui lavoro. E ho avuto paura.
Solo per un attimo, però.

Completata!

Dopo 4 anni di “duro lavoro” ho felicemente completato la raccolta di Dago Ristampa. Da un lato un filino mi dispiace: era un motivo per andare alle fiere dei fumetti. Ho ovviato iniziando la raccolta di due altre collane: Sandman* e The Boys. Consiglio vivamente la lettura di tale collana.
* Se qualcuno sapesse dove trovare una lista ragionata ed organica, facile da consultare, di suddetta pubblicazione farebbe una bella cosa indicarla qua (in italiano, però). Grazie

Bambole

Dopo diversi tentativi ho finito il primo romanzo letto interamente su una specie di e-reader(1): si tratta di “Bambole” di Akira Mishima(2). Il testo l’ho incontrato nella lettura del numero di gennaio di John Doe (guarda cosa si impara dai fumetti…). E’ un romanzo facile, si legge con gusto se può piacere una storia che mischia fantascienza, un po’ di sesso e di avventura, e qualche spunto interessante, compresi alcuni colpi di scena di un certo effetto. Mi piace l’idea della commistione tra diversi strumenti: il fumetto, il libro/tablet. Non ho fatto nessuna fatica a leggerlo (in quattro diverse sedute, mica in un anno) nonostante si dica, in giro, che leggere sui tablet stanchi molto.

1. Si tratta, in realtà, di un tablet da pochi soldi (169 euro, ma si trova anche a meno, adesso), lo Smart Pad 810c di Mediacom. Software usato per la lettura (dopo diverse prove): Moon+ Reader.
2. Akira Mishima è lo pseudonimo di Lorenzo Bartoli, anche creatore di John Doe.

Il mio benzinaio è differente

Ci conosciamo da anni, almeno venti. E’ un rapporto continuativo, seppur con incontri di brevissima durata: è il mio benzinaio. All’inizio aveva un suo esercizio, poi chiuso (non ho la minima idea del perché). E’ passato, come dipendente, in un altro grosso punto vendita. Da lì in quest’ultimo, da circa due anni, dove mi approvvigiono con costanza da quasi un anno, da quando hanno aperto anche alla vendita di gas. Ha sostituito il precedente poiché, pur essendo della stessa compagnia e con gli stessi prezzi, è gestito dalla più noiosa e lamentosa famiglia di benzinai che abbia mai incontrato.
L’attuale è sempre stato sul mio percorso per andare a lavorare, nei diversi esercizi che ha passato, tutto qua. Di lui so pochissimo: è sposato, abita nei dintorni e ha una convenzione con una ditta di noleggio. Ci salutiamo come fossimo vecchi amici ma nessuno dei due sa il nome dell’altro, per dire. Ci si prende in giro, senza mai esagerare, con naturalezza. Anzi, ieri ha esagerato. Stavo lavando (con i gettoni omaggio ad ogni tot euro di prodotti) la macchina della consorte, si avvicina e mi fa: “Finalmente ti vedo lavorare, per una volta”. Sorrido. Iniziamo a parlare dei sue due colleghi, molto più giovani di noi (dovremmo essere quasi coetanei) e di come uno dei due non sembri un fulmine di guerra: un bestione di vent’anni, più di un metro e novanta e probabilmente più di un quintale. E’ un ragazzotto simpatico, normalmente sveglio, normalmente normale. Il benzinaio fa: “Lo vedi: si muove nel suo metro quadrato di competenza, niente di più. Per il resto devo correre io. Anzi: correre non è un aggettivo che gli stia bene”.
E’ troppo forte il mio benzinaio.